Schiena a terra a guardare il cielo.

Posted by: m.venuto

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m.venuto

Cari amici,

è passato un po’ di tempo ma eccomi di nuovo qui, in un porto franco dove distendersi a guardare uno spicchio di cielo...

Questo blog, nato e pensato per chi ama la vita, mi fa tornare in mente quando, da piccola, mi sdraiavo per terra, sulla terrazza di casa della mia nonna materna, un’antica costruzione in pietra bianca, in un piccolo centro della Murgia barese. Mi stendevo a pancia in su, con le spalle a terra, per guardare il cielo.

Era una specie di prova di forza: la ricerca di un'emozione accesa (e insolita per una bambina cresciuta in un appartamento al primo piano, in città) che si misurava con la paura suscitata da una sorprendente e intensa sensazione di vertigine. Sdraiarmi sulla schiena e guardare in alto verso le nubi, ha sempre avuto su di me un duplice impatto molto forte: la chiamata alla libertà e l’adrenalina alimentate dallo sguardo aperto sull’immensità e il terrore di perdere ogni appiglio, in un gorgo a precipizio di vertigini improvvise.

Spesso la sensazione di paura era più forte della voglia di sentirmi, per un attimo, parte del cielo, così rinunciavo senza provare. In molte occasioni, invece, vincevo le resistenze e mi stendevo a terra, ma poi non resistevo alla percezione di cadere nel vuoto e mi rimettevo subito dritta. Molte altre volte, però, pur conoscendo le conseguenze e la paura, riuscivo ad andare oltre per godere di quell’attimo di spazio infinito. Poggiavo schiena e testa a terra e guardavo in alto...

Le sensazioni provate in quei momenti non sono mai andate via dalla mia memoria.

Siamo tutti creature impastate di sangue ed emozioni. Di paura e di limiti che tentiamo di superare. Di incoscienza e di difese. Di voglia di essere felici e di impulsi feriti a farci male.

E, sempre, cerchiamo qualcosa a cui difficilmente sappiamo dare un nome, non siamo capaci di fermarci in un limbo di bisogni e desideri insoddisfatti. Cosa cercavo da piccola, stesa sulla terrazza di mia nonna? Oggi direi il contatto con l’infinito, con un respiro intangibile, con l’irragiungibile orizzonte in un’impressione di ascesi. Ma avevo bisogno anche della terra, del contatto con la solidità e con la certezza di non precipitare in una dimensione sconosciuta. E, ancora, cercavo  l’acme dell’emozione, il picco della vertigine, il muro della paura da abbattere per sentire subito dopo la vita e il cuore che batte più forte.

Dentro, abbiamo tutti un'introversa policromia di sfumature, la viva tensione alla felicità, una bellezza che nasce da piccoli dettagli; abbiamo iscritte dentro di noi inevitabili cadute a rotta di collo, come fossimo tanti portatori sani di pericoli e possibili dolori. Il limite ci appartiene, ma sempre mescolato con l’istinto a superarlo per non sentirci spenti e vuoti, inariditi prima della fine. L’attesa di un’emozione nuova e l’euforia della scoperta sono  nostri semi primigeni ma, per lo più, non sappiamo come coltivarli senza farne spreco o evitando che diventino causa di rovina per noi e per il nostro mondo.

Non esiste nessuna ricetta per vivere appieno e per essere in pace con la propria natura. Esiste solo l'occasione di stringere alleanza e amicizia con sè stessi, conoscere la verità della propria impronta madre, assecondare i propri talenti, lavorare per migliorare i difetti. Avere anche chiaro che esiste una soglia oltre cui c’è il precipizio e che è doveroso tenersene lontani, imparando ad intuire quando è il momento di voltarsi, fare un ampio respiro e tornare a cercare la verità oltre l'involucro dell'illusione e del falso. Ma, sopratutto, occorre ricordarsi che si può sempre ricominciare, qualunque sia stato il “prima” e che regali inaspettati si nascondono al primo incrocio, proprio quello a pochi passi da sè.

 

Mara