Riflessioni sulla storia di Sarah Scazzi

Posted by: i.amati

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RIFLESSIONI SULLA STORIA DI SARAH SCAZZI

Sarah è morta, è morta a soli 16 anni. Dopo quasi un mese e mezzo, in cui siamo stati con il fiato sospeso per la sorte di questa ragazza, i riflettori si spengono. Una storia avvolta sin dall’inizio nel mistero, su cui si erano fatte tante ipotesi e su cui si erano create tante trame, ma certamente nessuno avrebbe immaginato che la fine sarebbe stata questa. Neanche un regista di film horror avrebbe potuto inventarsi un finale così sconcertante e disumano. Non ci sono parole per descrivere quello che è successo, è una storia questa che lascia l’amaro in bocca e la rabbia per aver perso tragicamente una giovane vita. Fino alla fine, tutti abbiamo pensato e sperato che fosse stata l’ennesima bravata adolescenziale, la fuga da un paese che le stava stretto; purtroppo, però, il suo destino era stato già deciso da quello che tutti adesso chiamano l’orco. È stato, dunque, lo zio, forse il momento è di tipo sessuale. Non voglio, però, soffermarmi sui dettagli di questa vicenda giudiziaria, anche perché in questi giorni se ne stanno occupando con particolare dovizia i media, vorrei, invece, condividere con voi le mie riflessioni sulla vicenda di Sarah.

A parte l’efferatezza del delitto e l’indignazione di fronte ad un giovane vita spezzata, la morte di Sarah non sorprende. <<Perché non sorprende?>> Perché è l’ennesima violenza contro le donne e tutti, ma proprio tutti, siamo consapevoli dei rischi che comporta essere una donna, non importa l’età. E se è vero che la responsabilità penale è esclusivamente del colpevole o presunto colpevole, è altrettanto vero che risulta abominevole e raccapricciante il fatto che con un’ostentata naturalezza e sfacciato sussiego molti in queste ore stiano sfoggiando i loro presentimenti, le loro congetture. L’abominio consiste nel fatto che, sebbene questa società sia perfettamente consapevole della violenza dilagante contro le donne, nessuno fa nulla.

Molti diranno: <<ma cosa si può fare?>>. Questa generalmente è la domanda di chi o non ha il coraggio di trovare una soluzione o in realtà non è preoccupato per il dramma che si consuma giornalmente nelle case: donne picchiate, insultate, maltrattate, stuprate e uccise da mariti/compagni, ex fidanzati, padri, zii, nonni, amici di famiglia, corteggiatori (che di cavalleresco hanno ben poco). <<Ma cosa si può fare?>> ; << Cosa possiamo fare?>>.

Questa domanda non è retorica, ma lo diventa quando l’unica reazione che si riesce ad avere è quella di intonare compianti strazianti in favore della vittima, tessendone le lodi e l’innocenza. Si cercano gli aspetti più angelici della vittima cercando di farla apparire più  un’icona eterea e poco reale; un’immagine idealizzata e magari poco lontana da ciò che quella persona era in effetti.

Sarah, come tutte le donne vittime della violenza maschile (qualsiasi sia la forma che assume), aveva dei difetti, che noi non conosciamo. Sarah era una ragazza come tante, normale a tutte le sue coetanee; aveva degli idoli che seguiva, amava la musica, cercava di diventare grande il più in fretta possibile (come capita a quasi tutti a quell’età), ma era una persona come tante.

Sarah era normale come tutte le vittime di violenza, magari parlava troppo o troppo poco, magari era simpatica, magari no; forse era generosa o forse no.

Il problema è che per esorcizzare socialmente la piaga della violenza sulle donne l’unico rimedio in atto è quello di mitizzare queste figure, quasi a renderle martiri dalle doti soprannaturali e dunque in questo modo allontanarle dalla quotidianità. Se i personaggi di una storia vengono spogliati della loro umanità l’esorcismo è riuscito: infatti pian piano queste vittime e i loro carnefici abbandonano la vita, abbandonano la dimensione del qui ed ora e diventano una favola di cui si riesce a cogliere l’inizio: << C’era una volta, in un paese lontano lontano…>>.

Questa è una tecnica antica come il mondo, o quanto meno come la cultura europeo-mediterranea. La tragedia greca, infatti, mettendo in scena problemi reali in contesti immaginari esorcizzava la tragica dinamica della vita vera.

Sarah, come molte donne, diventerà un archetipo mitico che ha ben poco a che fare con la tangibilità del presente.

E fino a quando questa società produrrà miti, fino a quando rinchiuderà la violenza maschile all’interno di una dimensione lontana nello spazio e nel tempo allora non si potrà mai affrontare il problema, perché la verità è che nessuno andrebbe in cerca della strega di Biancaneve.

Sarah è morta. E non è una favola.